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Malattie autoimmuni

Sconfiggere l'epatite C entro il 2030", la battaglia dei pazienti per politiche adeguate

Secondo l'Oms eliminare in pochi anni il virus che colpisce il fegato, responsabile in Europa di 170mila morti l'anno, è possibile. Una ricerca commissionata dalla Federazione europea dei malati cronici di fegato (Elpa), formata dalle associazioni di 27 Paesi, ha fotografato la situazione di 25 Stati

POTREBBE essere possibile sconfiggere l'epatite C entro il 2030, cambiando radicalmente le politiche sanitarie in materia. E' quanto sostiene l'Organizzazione mondiale della Sanità (Oms). Nonostante una risoluzione dell'Organizzazione mondiale della Sanità abbia esortato tutti i governi ad adottare una strategia nazionale per affrontare epatite B e C, oltre la metà dei Paesi europei censiti non ha adottato provvedimenti necessari e solo tre di questi prevedono un accesso senza restrizioni ai nuovi medicinali. E' quanto denuncia la ricerca realizzata dalla Federazione europea delle associazioni di pazienti affetti da malattie epatiche (Elpa), formata da 35 gruppi membri di 27 Paesi, diretta dal professor Jeffrey V. Lazarus, docente all'Università di Barcellona, presentata a Berlino il 20 dicembre.

I numeri. In Europa circa il 2% dei decessi annuali, 171mila casi, avvengono per cause correlate all'epatite, in prevalenza per gli effetti tardivi delle infezioni croniche di Hbv (epatite B) e Hcv (epatite C), che uccidono relativamente 56mila e 112.500 persone. Eppure l'eliminazione definitiva del virus entro il 2030 è secondo l'Oms un risultato a portata di mano, così come annunciato nel maggio 2016 con la presentazione della strategia mondiale per l'azzeramento delle epatiti virali nei prossimi 13 anni: diagnosticando almeno il 90% dei casi infetti e trattando l'80% dei pazienti si dovrebbe ridurre del 65% la mortalità per epatite.

A che punto siamo. La riduzione a zero della incidenza dell'epatite virale nel mondo è vicina per quanto riguarda la B, poiché esiste già un vaccino efficace, sicuro e poco costoso adottato da 190 Paesi, anche se per la eradicazione, cioè la scomparsa completa e definitiva del virus, occorre una lunga attesa in quanto la cura dell'epatite B non determina la sterilizzazione dei pazienti cronicamente infetti, che quindi continuano a fungere da serbatoio dell'infezione.

Lo stesso discorso non può però essere applicato alla C, per la quale manca ancora una vaccinazione - e si procede attraverso la cura con medicinali e le classiche misure di prevenzione - ed è proprio questo a impedirne l'eradicazione. "Prioritario a ogni intervento è però lo sviluppo di screening e sorveglianza - spiega a Repubblica.it il professor Massimo Colombo, presidente dell'International Liver Foundation - che devono essere ritagliate sulle caratteristiche di ogni Paese, seguite da programmi di diagnosi legate a terapie antivirali, che nei Paesi più poveri dovranno basarsi su test diagnostici semplici, elevata efficacia e breve durata di somministrazione".

La situazione in Italia - L'Italia e' stato il primo Paese occidentale a introdurre la vaccinazione di massa dei neonati e degli adolescenti contro l'epatite B, responsabile di oltre 2 milioni di morti ogni anno nel mondo, mezzo milione dei quali colpiti da tumore primitivo del fegato. La vaccinoprofilassi iniziata nel 1991 ha contribuito a far calare dal 3% allo 0,8% il tasso di infezione cronica B nella popolazione generale mentre tutti i cittadini italiani d'eta compresa tra 0 e 35 anni sono immunizzati contro questa infezione e di conseguenza contro il rischio di sviluppare tumore del fegato. In parallelo, nei centri ospedalieri i pazienti con epatite cronica B ricevono farmaci orali capaci di prevenire la progressione della infezione a cirrosi e cancro.

Inoltre almeno 300mila italiani sono portatori cronici di epatite C e solo negli ultimi due anni 63mila pazienti con cirrosi o precirrosi sono stati curati con i nuovi farmaci orali. "L'incidenza di nuovi casi è stata drasticamente ridotta nell'ultimo quarto di secolo con lo screening dei donatori e l'uso di materiale sanitario a gettare" - sottolinea Colombo - Putroppo però ogni anno si verificano almeno 5mila nuovi casi di trasmissione, per lo più dalle comunità a rischio come tossicodipendenti e maschi omosessuali positivi al virus dell'Aids, suggerendo che la prevenzione della epatite C è legata ora anche alla sterilizzazione di questi serbatoi. Ma - prosegue Colombo - martellanti campagne di educazione nella comunità si sono rivelate capaci di influenzare i comportamenti a rischio e ridurre il pericolo dell'infezione nei gruppi più esposti".

Verso un mondo senza epatite - L'eliminazione dell'infezione è possibile in quanto non esistono riserve nel mondo animale ed il virus non si amplifica nell'ambiente, mentre la diagnosi richiede esami semplici e affidabili e la malattia è guaribile in modo definitivo praticamente in tutti i pazienti. Ma, come ribadiscono i rappresentati dell'Elpa, il successo dipende anche dalla collaborazione di tutti i portatori di interesse, a iniziare dalle organizzazioni dei pazienti, comunità scientifiche, organizzazioni professionali e fondazioni.

"E' assolutamente inaccettabile che in Europa l'epatite continui a essere affrontata in maniera così deficitaria - accusa Tatjana Reic, presidente dell'Elpa, ex paziente, oggi guarita - Esistono ottime applicazioni di prevenzione e trattamento. Mi aspetto che questo studio modifichi lo scenario delle politiche per l'epatite sia a livello regionale sia globale".

Fonte: repubblica.it

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