Mancano i fondi, niente prevenzione
Una donna: «Mi hanno escluso dall’ambulatorio genetico oncologico. E il Poma mi ha negato una nuova cura per l’epatite C»
Mantova. Qualcuno potrebbe ritenerla solo sfortunata; qualcun altro una vittima della tanto decantata sanità lombarda alle prese, invece, con tagli di risorse che colpiscono la povera gente e dimenticano la prevenzione.
La signora di Mantova, protagonista sulla sua pelle di una vicenda di risparmi sulla salute imposti dalle istituzioni preposte al benessere di tutti, non ha dubbi: «Sono delusa - dice - mi vogliono far morire». Tutto comincia l’anno scorso. «Da tre anni - racconta (per rispetto della privacy omettiamo il nome) - ero in carico all’ambulatorio genetico oncologico dell’ospedale Carlo Poma. Dovevo stare sotto controllo perché avevo mia madre, mia sorella e una mia zia paterna colpite da tumore al seno. Ero un soggetto a rischio data la familiarità con il cancro. Per alcuni anni tutto è andato per il meglio.
Controlli, periodici, mammografie, visite ginecologiche, esami». All’improvviso, l’anno scorso tutto finisce: «Mi hanno telefonato dal Poma dicendo che mi escludevano dal programma perché la mia familiarità con i tumori non era ritenuta sufficiente per avere il servizio. Avevo già in mano l’impegnativa per la prossima visita, ma mi è stato detto di ritenerla nulla. Da quel momento non ho più saputo niente». L’ambulatorio genetico oncologico era diretto dalle dottoresse Adami e Pisanelli, i due medici prima allontanati dal reparto e poi reintegrati dalla direzione aziendale. «Io ero con la Adami - ricorda la signora - un gran bravo medico e una persona degnissima. È chiaro che la Regione ha tagliato i fondi».
I risparmi, purtroppo, per la signora non si sono fermati al caso oncologia. «Ho dovuto subirne altri» afferma amara. Racconta ancora: «Sono affetta da epatite C, scoperta nel 1996. Probabilmente l’ho contratta con una trasfusione nel 1973 al momento del parto. L’anno scorso la dottoressa del Poma che mi seguiva mi dice che esiste una nuova cura, molto costosa, ma che prima di usufruirne mi devo sottoporre a Modena ad un esame particolare, il fibroscan, che valuta il grado di fibrosi del fegato. Mi viene spiegato che, a seconda del grado di fibrosi, verrò inserita nel protocollo». La donna va a Modena e effettua l’esame: «Il risultato mi dice che rientro nel range di chi potrà ricevere gratuitamente la cura. Ritorno al Poma e mi viene fissato il giorno in cui dovrò iniziarla».
Tutto bene? Nemmeno per sogno, qualche giorno prima arriva la doccia fredda: «Mi telefona un infermiera del reparto di malattie infettive per comunicarmi che la Regione aveva bloccato tutto e che non farò più la cura. Una mazzata. Chiedo spiegazioni, ma l’infermiera si limita a dire che poi mi chiamerà la dottoressa». Il telefono, però, della signora resta muto: «Dopo un po’ chiamo io, ma c’era ancora l’infermiera. Poi, finalmente, mi telefona la dottoressa che mi conferma il taglio dei fondi. Le faremo sapere, mi ha detto, ma dopo un anno sono ancora qui che aspetto. Nel frattempo, non ho più fatto la cura: evidentemente mi hanno ritenuto di media gravità e hanno dato la precedenza a qualcuno che stava peggio di me. Però, se avessi preso quelle medicine forse sarei migliorata...».
Fonte: gazzettadimantova.gelocal.it























