Luca Pani (Aifa): “A rischio le cure all’estero. Terapia epatite C per tutti in Italia”
“Curarsi l’epatite C all’estero è pericoloso: il rischio di contraffazione dei farmaci è molto alto. Coi fondi della legge di bilancio potremo aumentare il numero dei malati trattati in Italia”, sostiene il professor Luca Pani, direttore generale dell’Agenzia del farmaco (Aifa).
Perché è rischioso andare ad acquistare in India i farmaci per l’epatite C?
“Non siamo riusciti a trattare nei tempi stabiliti tutti i pazienti che erano stati previsti. La capacità attuale delle nostre strutture sanitarie è di circa 30mila malati di epatite C all’anno. Con i nuovi fondi appena decisi dalla legge di bilancio si potranno migliorare questi numeri, scongiurando i rischi di contraffazione cui si espongono i pazienti andando all’estero. Penso molto male del turismo farmaceutico perché nel nostro Paese tutti quelli che hanno immediatamente bisogno del farmaco per l’epatite C sono stati trattati”.
Non esiste una stima ufficiale di quanti sono affetti da questa malattia. Com’è possibile?
“L’epatite C fa parte del gruppo delle cosiddette malattie silenziose. Quelle cioe’ in cui i sintomi non corrispondono alla patologia. E’ difficile conoscere il numero esatto di persone infette, non quello delle persone malate. In tutto il mondo si calcola che fatto 100 il numero dei pazienti con sospetta epatite C se ne debbano aggiungere almeno un altro 25% per avere una approssimazione piu’ esatta”.
E In Italia?
“Sono circa 200mila i malati assistiti dalle strutture pubbliche e registrati per epatite C. Però gli infetti con diversi gradi di malattia sono probabilmente oltre il doppio e gli infetti che non lo sanno molti di più. Il numero finale per l’Italia, secondo le stime internazionali, oscilla tra 600 mila a ben oltre un milione. In queste condizioni è molto complicato negoziare”.
Le risulta un accordo il governo e l’azienda produttrice Gilead per l’acquisto della terapia a 15mila euro per ciascun malato di epatite C?
“Non lo so, so invece che la strategia della Gilead per l’accesso al suo farmaco tiene conto del numero di persone infette e del Pil di ciascun Paese. Ci sono oltre 170 milioni di persone infette dal virus dell’epatite C al mondo. L’Italia è nel primo blocco, quello con il prodotto interno lordo elevato e molti pazienti.”
Quindi paghiamo il farmaco più degli altri paesi?
“I mercati di riferimento per la nostra negoziazione con l’azienda sono Usa, Giappone e Unione Europea in genere. Negli Stati Uniti il Sovaldi costa circa 80mila euro per 12 settimane di trattamento fatti salvi gli sconti del 40% per i veterani di guerra. In Giappone il prezzo è di 42mila, da noi molto meno della metà del Giappone.”
Perché in Italia il farmaco non può essere acquistato nelle farmacie?
“Non e’ impossibile ma il paziente deve arrivare con una prescrizione di uno specialista (internista, infettivologo o gastroenterologo) che abbia caratterizzato il virus perche’ i regimi terapeutici cambiano a seconda del genotipo virale”
Sono le multinazionali che non vogliono la vendita in farmacia?
“No. Anche perche’ in Italia il prezzo pieno non rimborsato dal nostro SSN è molto più alto, quindi in teoria alle aziende converrebbe”.
Ma non sarebbe più conveniente per lo Stato trattare tutti i malati di epatite C?
“E’ quello che stiamo facendo in modo progressivo, non per tutti i pazienti e non nello stesso momento perché ciò rappresenterebbe un errore clinico ed economico. Per le terapie seguiamo due criteri. La graduale introduzione di più principi terapeutici e la valutazione dell’impatto dell’infezione sul fegato. Considerati i margini d’incertezza e la variabilità individuale, la strategia più sostenibile sul piano clinico e finanziario è la nostra. La logica clinica e non politica impone di considerare la malattia, le sue caratteristiche e lo stadio di avanzamento e di non porre al centro delle decisioni l’infezione. In termini clinici, il valore della terapia varia al variare del rischio corso dal paziente e su questo principio si è basata la scelta di sostenere costi più elevati, ma mai spropositati, per far accedere rapidamente alla terapia chi rischia di più”.
E quali sono i vantaggi?
“Si riduce significativamente il rischio di complicanze e di morte del paziente. Togliere l’infezione in maniera indiscriminata non ha significato scientifico ed è inutilmente costoso in un momento in cui nuove terapie stanno già entrando in concorrenza tra loro con costi più bassi. Al momento però non possiamo affermare con certezza quale degli schemi terapeutici sia migliore dell’altro, in assenza di studi di confronto tra tutti loro.”
Fonte: lastampa.it























