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Malattie autoimmuni

C'è la cura? Allora rischio!

È un paradosso, ma qualche caso c'è già stato: persone con infezione da virus dell'epatite C hanno reiterato comportamenti a rischio proprio perchè sapevano che oggi esistono cure altamente efficaci per la malattia. A segnalarlo è stato Rafael Esteban Mur dell'Hospital Universitario Valle Hebron and CIBEREHD del Instituto Carlos III di Barcelona, nel suo intervento all'Expert meeting on the management of patients with HCV infection che si è concluso venerdì 16 settembre a Baveno, sul lago Maggiore. Ad ascoltare lui e altri speaker internazionali una novantina di specialisti riuniti nella cittadina lacustre per la settima edizione del workshop a numero chiuso che quest'anno si è concentrato su Efficacia, tollerabilità e semplicità dei regimi terapeutici di ultima generazione.

Il fatto che da qualche anno siano arrivati nella pratica clinica farmaci con un'efficacia superiore al 90% aveva fatto sperare che buona parte delle problematiche connesse all'infezione da Hcv potessero essere avviate a soluzione. «Quello che invece è emerso – commenta Savino Bruno, professore straordinario di Medicina interna all’Humanitas University Medicine di Rozzano e chairman del meeting – è che i problemi non si esauriscono mai». Per esempio, precisa, l'intervento dell'esperto spagnolo ha evidenziato un possibile, molto preoccupante scenario: tra tossicodipendenti (“injected”, cioè da droghe iniettabili) e uomini che fanno sesso con uomini sono stati riferiti casi di reinfezioni riconducibili proprio al convincimento che esista una cura efficace. Sgombrato il campo da qualsiasi considerazione di carattere etico, morale o religioso su quei comportamenti, tiene a precisare Bruno, «questo potrebbe essere il futuro» dell'Hcv: «La certezza di avere una cura potrebbe delineare uno scenario di pazienti che si reinfettano» proprio per questa ragione. Tanto più con l'arrivo di nuovi, ancora più potenti farmaci.

Tra i tanti temi dibattuti nelle due giornate di lavoro, anche quello del trattamento delle special population (i pazienti cosiddetti “difficili” con insufficienza renale, con malattia avanzata e i pazienti con infezione G3), il rapporto costo-beneficio dei trattamenti, il trattamento dei “non rispondenti” e delle comorbidità, e, appunto, l’arrivo di nuovi antivirali ad azione diretta (DAA). «Si attendono molecole più potenti, più efficaci, in combinazione e con minore durata delle terapie e maggiore tollerabilità» osserva infatti Bruno.

Nel corso del meeting, dunque, sono stati dedicati spazi alle nuove opportunità terapeutiche in arrivo per il trattamento dell’epatite C. Un focus particolare è stato quello sull’associazione di grazoprevir, inibitore delle proteasi NS3/4A dell’Hcv, ed elbasvir, inibitore del complesso di replicazione NS5A del virus. «La “doppietta” elbasvir/grazoprevir, che ha ottenuto l’approvazione di EMA per tutte le indicazioni, inclusi i pazienti con insufficienza renale cronica e in dialisi ed esclusi solo quelli con cirrosi scompensata ha grandi potenzialità – precisa Bruno – grazie a uno schema terapeutico estremamente semplificato: una sola pastiglia per un regime molto breve di 12 settimane e senza ribavirina nella maggioranza dei pazienti con G1 e G4. Un’unica somministrazione per queste categorie di pazienti, esclusi quelli con G2 e G3, per una breve durata (12 settimane) nella maggioranza dei casi e, per i pazienti con G1b che nel nostro Paese sono la prevalenza, sempre senza ribavirina».

La ricerca, comunque, non si ferma e tenta di dare risposte alle priorità, rappresentate dalle nuove combinazioni. «L’urgenza – sottolinea infine Bruno – è la tripla terapia e l’eventuale quadrupla terapia per i fallimenti con la duplice, soprattutto per i genotipi più difficili, cioè G3 e cirrosi epatica. Le nuove molecole per le quali si prevede l’arrivo entro uno-due anni, hanno come bersaglio tutti i siti di replicazione del virus. Nel frattempo attendiamo la rimborsabilità di elbasvir/grazoprevir».

Fonte: healthdesk.it

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