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Caffè, cirrosi ed enzimi transaminasi

29/09/2006

Una minoranza di individui a rischio di malattie epatiche croniche alla fine sviluppa cirrosi epatica, e finora la conoscenza circa i modulatori del rischio è confusa. Molti studi hanno suggerito che l'assunzione di caffè è associata con un basso rischio di cirrosi.
 
Il meccanismo che sviluppa questa protezione epatica è sconosciuto, ma si ipotizza un effetto della caffeina attraverso antagonisti del recettore dell'adenosina o forse un'azione antiossidante. Inoltre, è possibile che il cafestolo (un componente non-caffeina, lipo-solubile, del caffè bollito) possa indurre una sintesi del glutatione, che è un fattore protettivo della cellula ben conosciuto per il ruolo che gioca nella detossificazione dell'acetominofene.

Questo studio di coorte ha coinvolto in un esauriente progetto sanitario 125.580 membri multietnici, senza nota malattia epatica, che fornirono i dati iniziali durante gli esami sanitari volontari dal 1978 al 1985. Successivamente, durante il 2001, 330 di questi pazienti ebbero una diagnosi di cirrosi epatica; 199 ebbero una diagnosi di cirrosi alcolica e 131 di cirrosi non-alcolica.

Uno studio retrospettivo dei dati medici ha confermato la diagnosi di cirrosi e accertato la probabile eziologia. Il sessantacinque per cento dei pazienti con cirrosi alcolica e il 54% dei pazienti con cirrosi non-alcolica erano uomini, e in entrambi i gruppi, circa la metà avevano un'età di 50 anni o inferiore. Il rischio di cirrosi, sia alcolica che non alcolica, aumentava con l'età, sesso maschile, e obesità, ma l'educazione era protettiva, cioè il rischio di cirrosi diminuiva con l'aumentare del grado di istruzione.

Il consumo di caffè era positivamente correlato con il fumo e il consumo di alcol. Assumere 1-3 tazze di caffè al giorno era associato con una diminuzione del 40% del rischio di cirrosi alcolica verso il consumo di meno di una tazza (P < .001). Questo effetto protettivo era dose-dipendente: meno di una tazza al giorno, 0.7 (95% intervallo di confidenza [CI], 0.4-1.1); 1-3 tazze, 0.6 (95% CI, 0.4-0.8; P <.001); e 4 o più tazze al giorno, 0.2 (95% CI, 0.1-0.4; P < .001). Questo significa che i pazienti che bevevano 4 o più tazze di caffè avevano una diminuzione dell'80% del rischio relativo di cirrosi alcolica. Tra i sottogruppi di pazienti con cirrosi non-alcolica, il caffè aveva una simile, debole, quantunque non statisticamente significativa, relazione inversa per il rischio di cirrosi alcolica e non-alcolica.

In un'analisi comparata, il consumo di caffè era anche collegato ad una più bassa prevalenza di alti livelli di aspartate aminotransferasi ed alanina aminotransferasi. Il rapporto di probabilità di 4 o più tazze al giorno (verso nessuna) per un elevato livello di aspartate aminotransferasi era 0.5 (95% CI, 0.4-0.6; P<.001), e per un alto livello di alanina aminotransferasi, 0.6 (95% CI, 0.6-0.7; P<.001), con una più forte relazione inversa in quei pazienti che bevevano elevate quantità di alcol. Per interpretare i risultati di questo studio è necessario porre alcuni limiti, compreso il fatto che fumare, bere, e il consumo di caffè sono spesso abitudini collegate, che rendono difficile escludere confusione residuale tra quantità di alcol o modalità di assunzione di alcolici.

Gli autori dello studio hanno valutato che il fumo può prolungare la persistenza della caffeina nel corpo. Così, l'effetto di confusione residuale collegato al consumo di caffè tenderebbe a produrre una relazione inversa fumo-cirrosi, non quella positiva evidente in questo studio. Questo studio era anche limitato dalla sua dipendenza dall'accertamento delle abitudini all'inizio dello studio e dell'incompleto follow-up della coorte. Infine, la natura osservazionale di questi dati e l'assenza di un meccanismo prestabilito limita un'interpretazione causale. Chiaramente questi dati suggeriscono che ulteriori ricerche focalizzate sull'interazione epatica tra caffè ed etanolo è auspicabile.

Anche se questa associazione tra consumo di caffè è estremamente interessante, sarebbe errato il messaggio per i pazienti di pensare che l'aumento di consumo di caffè piuttosto che la riduzione di quantità di alcol è la migliore strategia per evitare significative malattie collegate all'alcol.

David A. Johnson, MD, FACG, FACP

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Coffee, Cirrhosis, and Transaminase Enzymes

Klatsky AL, Morton C, Udaltsova N, Friedman GD

Arch Intern Med. 2006;166:1190-1195

Summary A minority of individuals at risk for chronic liver disease ultimately develop liver cirrhosis, yet knowledge in regard to the risk modulators is sparse. Several reports have suggested that coffee drinking is associated with lower cirrhosis risk.

The mechanism by which this hepatic protection might occur is unknown, but speculation includes effects of caffeine via adenosine receptor antagonists or perhaps antioxidant actions. Additionally, it is possible that cafestol (a fat-soluble noncaffeine component of boiled coffee) may induce glutathione synthesis, which is a cellular protective factor well known for the role it plays in detoxifying acetaminophen. This cohort study involved 125,580 multiethnic members of a comprehensive prepaid healthcare plan without known liver disease who provided baseline data during voluntary health examinations from 1978 to 1985.

Subsequently, through 2001, 330 of these patients were diagnosed with liver cirrhosis; 199 were diagnosed with alcoholic cirrhosis and 131 with nonalcoholic cirrhosis. A retrospective review of the medical records confirmed the diagnosis of cirrhosis and ascertained probable etiology. Sixty-five percent of patients with alcoholic cirrhosis and 54% of patients with nonalcoholic cirrhosis were men, and in both groups, about half were aged 50 years or younger. The risk for cirrhosis, both alcoholic and nonalcoholic, increased with age, male sex, and obesity, but education was protective, that is, cirrhosis risk declined as years of education increased.

Coffee drinking was positively correlated with smoking and alcohol drinking. Drinking 1-3 cups of coffee per day was associated with a 40% decrease in the risk for alcoholic cirrhosis vs drinking less than 1 cup (P < .001). This protective effect was dose-dependent: less than 1 cup per day, 0.7 (95% confidence interval [CI], 0.4-1.1); 1-3 cups, 0.6 (95% CI, 0.4-0.8; P < .001); and 4 or more cups per day, 0.2 (95% CI, 0.1-0.4; P < .001). This means that patients who drank 4 or more cups of coffee had an 80% decrease in the relative risk for alcoholic cirrhosis. A

mong subgroups of patients with nonalcoholic cirrhosis, coffee had a similar, weak, albeit not statistically significant inverse relation to risk for either viral hepatitis-associated cirrhosis or to miscellaneous, other cirrhosis. Tea drinking, on the other hand, was unrelated to the risk for either alcoholic or nonalcoholic cirrhosis. In a cross-sectional analysis, coffee drinking was also related to a lower prevalence of high aspartate aminotransferase and alanine aminotransferase levels.

The odds ratio of 4 or more cups per day (vs none) for a high aspartate aminotransferase level was 0.5 (95% CI, 0.4-0.6; P < .001) and for a high alanine aminotransferase level, 0.6 (95% CI, 0.6-0.7; P < .001), with stronger inverse relations in those patients who drank large quantities of alcohol. Viewpoint A number of limitations need to be considered in the interpretation of these study findings, including the fact that smoking, drinking, and coffee consumption are often related habits, which makes it difficult to rule out residual confounding by alcohol amount or drinking pattern. The study authors proposed that smoking may prolong the persistence of caffeine in the body.

Thus, any residual confounding effect that is related to coffee drinking would tend to produce an inverse smoking-cirrhosis relation, not the positive one evident in this study. This study was also limited by its reliance on baseline ascertainment of habits and incomplete follow-up of the cohort. Finally, the observational nature of these data and the absence of an established mechanism limit a causal interpretation.

Clearly these data suggested that further research focusing on hepatic coffee-ethanol interactions is warranted. Although this association with coffee consumption is extremely interesting, it would be the wrong message for patients to think that increasing coffee consumption rather than reduction of alcohol intake is the best strategy to avoid significant alcohol-related liver disease.

David A. Johnson, MD, FACG, FACP, Professor of Medicine, Chief of Gastroenterology, Eastern Virginia School of Medicine, Norfolk, Virginia

Disclosure: David A. Johnson, MD, FACG, FACP, has disclosed that he has received grants for clinical research from AstraZeneca, TAP, Wyeth, Novartis, and Abbott, and grants for educational activities from AstraZeneca and Novartis. Dr. Johnson has also disclosed that he has served as an advisor or consultant to AstraZeneca, TAP, and Novartis.

Medscape Gastroenterology. 2006;8(2) ©2006 Medscape

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